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  notimenospace [ Nessuno è più schiavo di chi si ritiene libero senza esserlo (Goethe) ]
         

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Odio gli indifferenti,

perché mi dà noia il loro piagnisteo

di eterni innocenti.

Domando conto ad ognuno di essi

come ha svolto il compito

che la vita gli ha posto

e gli pone quotidianamente,

di ciò che ha fatto

e specialmente di ciò che non ha fatto.

E sento di poter essere inesorabile,

di non dover sprecare la mia pietà,

di non dover spartire con loro

le mie lacrime...

Vivo. Sono partigiano.

Perciò odio chi non parteggia,

odio gli indifferenti

(A. Gramsci, Scritti giovanili,

Torino, 1958, p. 80)

 


 E se Berlino chiama

ditele che s'impicchi:

crepare per i ricchi

no! non ci garba più.

E se la Nato chiama

ditele che ripassi:

lo sanno pure i sassi:

non ci si crede più.

Se la ragazza chiama

non fatela aspettare:

servizio militare

solo con lei farò.

E se la patria chiama

lasciatela chiamare:

oltre le Alpi e il mare

un'altra patria c'è.

E se la patria chiede

di offrirgli la tua vita

rispondi che la vita

per ora serve a te.

 

(Franco Fortini)

 

 

 


 

IMPORTANTE  

  

 

 

 

QUI LA PETIZIONE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


30 aprile 2004

Come si umilia un popolo

I soldati statunitensi hanno guidato bulldozer, mentre da altoparlanti suonavano musica jazz a tutto volume, a sradicare coltivazioni di vecchie palme da datteri, aranceti e limonaie. E’ successo nell’Iraq centrale e l’operazione era parte di una nuova politica di punizione collettiva dei contadini che non forniscono informazioni sui guerriglieri che attaccano le truppe statunitensi.
Traduzione di nuovimondimedia


Le radici delle palme, alcune con più di 70 anni, spuntano dalla terra marrone sollevata dai bulldozer a lato della strada, a Dhulaya, una piccola cittadina 50 miglia a nord di Baghdad. Le donne locali, ieri, erano indaffaratissime a raccogliere i rami degli alberi sradicati, di arancio e di limone, per portarseli a casa, così da utilizzarli almeno come legna da ardere.Nusayef Jassim, uno dei 32 coltivatori che hanno visto i loro alberi da frutto distrutti, ha detto: “ci hanno detto che combattenti della resistenza irachena si sono nascosti nei nostri poderi, ma non è vero. Non hanno catturato nessuno. Non hanno trovato nessuna arma”.
Altri contadini hanno dichiarato che i soldati USA hanno detto loro con un megafono, in arabo, che gli alberi da frutto sono stati distrutti dai bulldozer per punire i contadini per la poca collaborazione contro la resistenza, che è molto attiva in questo distretto musulmano sunnita.

“Scherzavano, ci schernivano suonando musica jazz mentre abbattevano gli alberi”, ha detto un uomo.

Vi sono state imboscate contro le truppe USA nei pressi di Dhulaya. Ma Ali Saleh al-Jabouri, un membro della delegazione che si è recata alla vicina base USA per chiedere il risarcimento delle perdite, afferma che gli ufficiali americani hanno descritto quanto successo come “una punizione alla popolazione locale perché ‘sapete chi appartiene alla resistenza e non ce lo dite’ “. I metodi utilizzati dagli israeliani, di punizione collettiva ai palestinesi, sono ora applicati in Iraq, ha aggiunto Ali Saleh.

La distruzione degli alberi da frutto si è verificata nella seconda metà del mese scorso ma, come la maggior parte di ciò che succede nelle zone rurali, la conoscenza di quanto accaduto ci ha messo molto tempo a divenire nota. La distruzione dei raccolti ha avuto luogo lungo un chilometro a lato della strada, strada che subito dopo diventa un ponticello.
I contadini dicono che 50 famiglie hanno così perso ogni possibilità di sostentamento, ma una petizione dei contadini rivolta alle forze delle coalizione di stanza a Dhuluaya che supplica un risarcimento in un inglese zoppicante, è firmata da solo 32 persone. La petizione dice: “decine di famiglie povere dipendono completamente, per poter vivere, da questi frutteti. Ora sono diventate così povere che possono solo aspettare la fame e la morte”.

I bimbi di una donna che aveva solo quei pochi alberi da frutto si sono messi davanti a un bulldozer ma sono stati trascinati via, anche secondo testimoni che non hanno voluto che il loro nome venisse reso noto. Hanno raccontato anche che un soldato americano si è accasciato in lacrime, durante l’operazione. Quando un reporter del giornale Iraq Today ha cercato di fare una foto ai bulldozer al lavoro un soldato gli ha strappato la telecamera e ha cercato di romperla.
Lo stesso giornale riferisce che il Colonello Springman avrebbe detto: “Abbiamo chiesto diverse volte ai contadini di far cessare gli attacchi, o di dirci chi ne era il responsabile, ma i contadini non ce l’hanno detto”.

Informare le truppe USA dell’identità di chi li attacca sarebbe estremamente pericoloso per gli abitanti dei villaggi iracheni, nei quali quasi tutti sono parenti o amici e tutti si conoscono. I coltivatori che hanno perso gli alberi da frutto appartengono tutti alla tribù Khazraji ed è improbabile che forniscano informazioni su altri membri della tribù se anche questi stessero, veramente, attaccando i soldati statunitensi.

Quando a Nusayef Jassim è stato chiesto quanto valesse il frutteto che ha perso, ha risposto con voce rotta: “è come se qualcuno mi avesse tagliato entrambe le mani e poi mi si chiedesse quanto valessero”.


Fonte: http://news.independent.co.uk/world/middle_east/story.jsp?story=452375




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30 aprile 2004



La lezione di Melfi


Ieri a Melfi ha vinto la democrazia, una merce rara nei posti di lavoro e, purtroppo, persino in quei sindacati che ritengono inutile, se non addirittura sbagliato, che a decidere sulle lotte, sugli accordi e sui contratti siano i lavoratori stessi. Solo 24 ore prima che una selva di centinaia di braccia si alzasse per votare la proposta di modificare la forma di lotta, avanzata dal segretario generale della Fiom, Gianni Rinaldini, il gruppo dirigente dei metalmeccanici Cgil sembrava stretto in un angolo. Almeno a guardare Melfi da Roma. Accusato di «estremismo», «avventurismo», comportamenti «antisociali» da Fiat, Confindustria e Federmeccanica. Ma anche da Cisl e Uil, da Fim e Uilm. La ragione? Semplice, siete complici dei lavoratori che hanno deciso di rompere le regole del gioco spezzando la quotidianità che li incatena, dopo 10 anni di lavoro in condizioni insopportabili. Costretti a orari più duri e salari più bassi dei loro compagni degli altri stabilimenti, falcidiati dai provvedimenti disciplinari, dai trasferimenti e dai licenziamenti, ammazzati nelle interminabili ore di viaggio tra fabbrica e casa al termine di giorni e giorni di lavoro notturno. La Fiom si è permessa di sostenere i presidi ai cancelli, rivendicando un tavolo vero di trattativa per modificare l'intero sistema di regole che fa di Melfi una colonia di Torino, senza i diritti dei torinesi. Solo la Cgil, e con qualche mal di pancia, ha sostenuto la Fiom. Anzi, gli operai di Melfi.

Tre ore e mezza di discussione accesissima, dura, senza sconti per nessuno. Un'assemblea operaia appassionata davanti ai cancelli della fabbrica integrata di Melfi, quel «prato verde» che per dieci anni è stata quasi un mito, il fiore all'occhiello degli industriali sabaudi da cui dipendeva l'intera produzione automobilistica, cuore pulsante della Fiat e, da dieci giorni, cuore pulsante del movimento operaio italiano. Alla fine il voto: all'unanimità si decide di togliere i presidi e cambiare forma di lotta, oggi sciopero per tutto il giorno, domani si vedrà, dipende dall'andamento delle trattative e dalla disponibilità della Fiat ad aprire la gabbia in cui da 10 anni ha rinchiuso i suoi operai lucani. L'assemblea permanente valuterà e deciderà giorno per giorno, ora per ora insieme ai suoi delegati presenti alla trattativa, come continuare la lotta.

Chi due giorni fa ordinava alla Fiom di «liberare» la fabbrica, ha ricevuto una risposta netta, quanto ovvia in un contesto democratico: solo i titolari del lavoro - di quel lavoro e di quegli stipendi - e della lotta ai cancelli hanno la facoltà di farlo, se lo ritengono opportuno. Alla fine tutti hanno dovuto abbozzare. Così, il gruppo dirigente della Fiom è tornato a Melfi e ha chiesto all'assemblea di togliere i presidi per incassare una prima vittoria nello scontro con l'azienda (fino a poche ore prima disposta a trattare su nulla e solo con sindacati compiacenti, ohggi costretta a un vero tavolo negoziale). Mantenendo in piedi l'assemblea, e articolando le iniziative.

Chi s'intende di storia operaia sa che non è semplice passare da una lotta a oltranza a una lotta articolata. Lo si può fare se si è forti, se si ha il consenso della maggioranza, se si «controlla» la fabbrica. Tante volte, in passato, questo passaggio non è stato possibile. Perciò il voto di ieri ha un valore ancora più grande. Per i lavoratori, per la Fiom, per la democrazia. Neppure le botte della polizia, neppure le ingiunzioni a togliere i presidi spedite da un solerte giudice sono riuscite ad arrestare il processo di liberazione dei lavoratori lucani.

Questi concetti devono averli compresi anche Giuseppe Morchio e il gruppo dirigente della Fiat. Ad aiutarli a capire che non si può governare una fabbrica come si comanda in una caserma hanno contribuito le 16 mila vetture non costruite a Melfi nei 10 giorni di presidi. Per riprendere a costruirle, i torinesi hanno bisogno dei lavoratori di Melfi. Lavoratori, non servi.


Loris Campetti, Il Manifesto, 30 aprile 2004




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28 aprile 2004



Modello Fiat


Straccioni e forcaioli come sempre - che altro si può dire del padronato Fiat, o delle banche che gli stanno alle costole, nella vertenza di Melfi? E' uno stabilimento chiave, essenziale nel sistema del just in time, che abolisce magazzini e scorte, è il secondo complesso per produttività in tutta Europa, ma la Fiat pretende di tenere i cinquemila dipendenti a salari più bassi dal 15 al 25 per cento rispetto a quelli delle altre sue produzioni, a ritmi più serrati e in settimane di lavoro di sei giorni. E quando, dopo anni d'un contratto capestro firmato come Fiat-Sata, i lavoratori di Melfi chiedono di essere portati al livello contrattuale degli altri, manco gli risponde. E quando, esasperati, organizzano la protesta gli scaraventa addosso la polizia con caschi e manganelli. Questo è successo ieri mattina. Siamo nel 2004, ci si riempie la bocca di globalizzazione e competitività ma gli eredi dell'Avvocato dirigono la manodopera come un fattore micragnoso di cento anni fa. Pensano che con la gente della Basilicata si può far quel che si vuole, è una regione meridionale povera, hanno reclutato i lavoratori su un vastissimo territorio perché siano distanti a due ore di viaggio, e con mezzi propri, e per strade sgangherate dove gli incidenti sono la regola, in modo che restino divisi fuori come dentro i grandi spazi del complesso. Non importa che siano stanchi morti, che le punizioni piovano a migliaia (novemila in cinque anni), che molti se ne vadano perché non reggono, cosa che non succede in questa misura in nessun altro luogo, ma meglio disperdere il know how puntando sui disoccupati dei dintorni piuttosto che pagare i propri dipendenti a prezzo normale e per orari normali. Così pensa la nostra classe dirigente che si vantava di aver fatto dell'Italia la quinta potenza industriale del mondo.

E' una dirigenza non solo arrogante, è anche stupida. Non deve essersi pagata neppure qualche sociologo abbastanza intelligente da spiegarle che nel mezzogiorno è un errore credere che la mancanza di una lunga tradizione di lotte significhi eterna rassegnazione. La Fiat ha tirato troppo la corda e ora si trova davanti a una protesta che si è infiammata di colpo su esigenze elementari e decenza avrebbe dovuto prevenire. E' la Rsu, l'organismo di fabbrica, che è partita bloccando gli accessi a uno stabilimento nel quale la comunicazione interna è difficile. La direzione ha creduto di aggirarla accordandosi con le malleabili Fim-Cisl e Uil nonché terrorizzando i lavoratori di Mirafiori, sospesi fra una cassa integrazione e un'altra, finché alcuni di loro non hanno scritto a Melfi supplicandola di smettere perché: il nostro lavoro è nelle vostre mani. Come se non fossero tutti e due nelle mani della famiglia di Torino. La stampa scritta e parlata non ha mancato di precipitarsi a deprecare la scarsa coscienza globale degli operai e a predicare la libertà di crumiraggio. Tutto sbagliato. Melfi ha tenuto, diecimila persone hanno circondato il complesso l'altro ieri, e la Fiat come, suppongo, il prefetto di Potenza hanno perduto la testa mandando la polizia a sciogliere i presidi.

Incauta mossa. Domani sciopereranno tutti i metalmeccanici d'Italia e vedremo chi la spunta. E fin quando il governo potrà fingere di tenersene fuori. E fin quando l'opposizione esiterà a entrare in campo su una questione di equità salariale e normativa così elementare. Non siamo ancora la pallida imitazione degli Stati Uniti della destra repubblicana.

ROSSANA ROSSANDA

da Il Manifesto, 27 aprile 2004

 




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27 aprile 2004




 Domandine a proposito di Dio


 

Un giorno chiesi: “Nonno dove sta dio?”


Il nonno diventò triste e non mi rispose.


Mio nonno morì nel campo senza preghiere né confessioni


lo seppellirono gli indios al suono di flauto e tamburi.


Poi chiesi a mio padre. “Padre che ne sai di dio?”


papà divenne serio e non mi rispose.


Mio padre morì in miniera senza dottori né protezione


color di sangue miniera chiede l’oro del padrone.


Mio fratello vive sui monti e non conosce i fiori

sudore, malaria e serpenti: la vita del boscaiolo.


E che nessuno gli chieda se ha mai visto dio

per casa sua non passa nessun signore così importante.


Io canto per i sentieri e quando sto in prigione


sento la voce del popolo cantare meglio di me.


C’è una cosa sulla terra più importante di dio:


che nessuno sputi sangue perché un altro viva meglio.


Che dio vegli sui poveri? Forse sì o forse no


però di sicuro a mezzogiorno siede alla mensa del padrone.

 


 Atahualpa Yupanqui

 

***


 

Preguntita sobre Dios


 

Un día yo pregunté:

¿Abuelo, dónde esta Dios?

Mi abuelo se puso triste,

y nada me respondió.

Mi abuelo murió en los campos,

sin rezo ni confesión.

Y lo enterraron los indios

flauta de caña y tambor.

Al tiempo yo pregunté:

¿Padre, qué sabes de Dios?

Mi padre se puso serio

y nada me respondió.

Mi padre murió en la mina

sin doctor ni protección.

¡Color de sangre minera

tiene el oro del patrón!

Mi hermano vive en los montes

y no conoce una flor.

Sudor, malaria y serpientes,

es la vida del leñador.

Y que naide le pregunte

si sabe dénde esta Dios:

Por su casa no ha pasado

tan importante señor.

Yo canto por los caminos,

y cuando estoy en prisión,

oigo las voces del pueblo

que canta mejor que yo.

Si hat una cosa en la tierra

más importante que Dios

es que naide escupa sangre

pa’ que otro viva mejor.

¿Qué Dios vela por los pobres?

Tal vez sí, y tal vez no.

Lo seguro es que Él almuerza

en la mesa del patrón.

 




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26 aprile 2004



ESTADIO DE CHILE


Somos cinco mil aquí


en esta pequeña parte la ciudad.


Somos cinco mil.


¿Cuántos somos en total


en las ciudades y en todo el país?


Sólo aquí,


diez mil manos que siembran


y hacen andar las fábricas.


Cuánta humanidad


con hambre, frío, pánico, dolor,


presión moral, terror y locura.


Seis de los nuestros se perdieron


en el espacio de las estrellas.


Uno muerto, un golpeado como jamás cre

se podría golpear a un ser humano.


Los otros cuatro quisieron quitarse


todos los temores,


uno saltando al vacío,


otro golpeándose la cabeza contra un muro


pero todos con la mirada fija en la muerte.


¡Qué espanto produce el rostro del fascismo!


Llevan a cabo sus planes con precisión artera


sin importarles nada.


La sangre para ellos son medallas.


La matanza es un acto de heroísmo.


¿Es este el mundo que creaste, Dios mío?


¿Para esto tus siete días de asombro y de trabajo?


En estas cuatro murallas sólo existe un número


que no progresa.

Que lentamente querrá más la muerte.


Pero de pronto me golpea la consciencia


y veo esta marea sin latido


y veo el pulso de las máquinas


y los militares mostrando su rostro de matrona


llena de dulzura.


¿Y México, Cuba y el mundo?


¡Qué griten esta ignominia!


Somos diez mil manos


menos que no producen.


¿Cuántos somos en toda la patria?


La sangre del compañero Presidente


golpea más fuerte que bombas y metrallas.


Así golpeará nuestro puño nuevamente.


Canto, qué mal me sabes


cuando tengo que cantar espanto.


Espanto como el que vivo


como el que muero, espanto.


De verme entre tantos y tantos


momentos de infinito


en que el silencio y el grito


son las metas de este canto.


Lo que veo nunca vi.


Lo que he sentido y lo que siento


harán brotar el momento...

 

Victor Jara


*****


Siamo in cinquemila, qui,


In questa piccola parte della città.


Siamo in cinquemila.


Quanti siamo, in totale,


Nelle città di tutto il paese?


Solo qui


Diecimila mani che seminano


E fanno marciare le fabbriche.


Quanta umanità


In preda alla fame, al freddo, alla paura, al dolore,


Alla pressione morale, al terrore, alla pazzia.


Sei dei nostri si son persi


Nello spazio stellare.


Uno morto, uno colpito come non avevo mai creduto


Si potesse colpire un essere umano.


Gli altri quattro hanno voluto togliersi


Tutte le paure


Uno saltando nel vuoto,


Un altro sbattendosi la testa contro un muro,


Ma tutti con lo sguardo fisso alla morte.


Che spavento fa il volto del fascismo!


Portano a termine i loro piani con precisione professionale


E non gl'importa di nulla.


Il sangue, per loro, son medaglie.


La strage è un atto di eroismo.

E' questo il mondo che hai creato, mio Dio?


Per tutto questo i tuoi sette giorni di riposo e di lavoro?


Tra queste quattro mura c'è solo un numero


Che non aumenta.


Che, lentamente, vorrà ancor più la morte.


Ma all'improvviso mi colpisce la coscienza


E vedo questa marea muta


E vedo il pulsare delle macchine


E i militari che mostrano il loro volto di matrona


Pieno di dolcezza.

E il Messico, Cuba e il mondo?


Che urlino questa ignominia!


Siamo diecimila mani

In meno che producono.


Quanti saremo in tutta la patria?


Il sangue del Compagno Presidente


Colpisce più forte che le bombe e le mitraglia.

Così colpirà di nuovo il nostro pugno.


Canto, che cattivo sapore hai


Quando devo cantar la paura.


Paura come quella che vivo,

Come quella che muoio, paura.


Di vedermi fra tanti e tanti


momenti di infinito


in cui il silenzio e il grido


sono i fini di questo canto.


Ciò che ho sentito e che sento


Farà sbocciare il momento.

 




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26 aprile 2004



L'APPELLO


"Un danno per la cultura delle nuove generazioni"


  Dai nuovi programmi della Scuola media è scomparso l’insegnamento della "Teoria dell’evoluzione delle specie". L'elenco degli argomenti da trattare non comprende più "L’evoluzione della Terra", la "Comparsa della vita sulla Terra" la "Struttura, funzione ed evoluzione dei viventi" e "L'origine ed evoluzione biologica e culturale della specie umana".

I programmi pubblicati nel decreto legislativo del 19 febbraio 2004 non contengono tracce della storia evolutiva dell'uomo né del suo rapporto con le altre specie. 

 Il mancato apprendimento della teoria dell'evoluzione per dei ragazzi di 13-14 anni, rappresenta una limitazione culturale e una rinuncia a svilupparne la curiosità scientifica e l'apertura mentale.

 E' senz'altro giusto spiegare che il Darwinismo e le teorie che ne sono conseguite hanno lacune da colmare e presentano problemi insoluti, ma non si può saltare completamente l'anello che lega passato e presente della nostra specie. Chiediamo dunque al Ministero dell'Istruzione di rivedere i programmi della scuola media, colmando una dimenticanza dannosa per la cultura scientifica delle nuove generazioni.


Carlo Bernardini - Dip. di Fisica La Sapienza e Infn

Edoardo Boncinelli - Scuola Int. Sup. StudiAvanzati, Trieste

Luigi Luca Cavalli Sforza - Univ. di Stanford

Bruno Dallapiccola - Ist. Mendel, Roma

Ernesto Di Mauro - Genetica molecolare, La Sapienza. Dir. Fond. Cenci Bolognetti

Renato Dulbecco - Nobel per la medicina

Margherita Hack - prof. ssa emerita di Astrofisica, Trieste

Giuseppe Novelli - docente di Genetica Umana, Tor Vergata

Franco Pacini - dir. Osservatorio di Arcetri

Massimo Pettoello - Mantovani - prof. di Pediatria, Foggia e New York

Alberto Piazza - docente di Genetica Umana, Torino

Pier Franco Pignatti - presid. Soc. italiana di Genetica Umana


 


 




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20 aprile 2004

La mattanza di Falluja


 


 


 


 


 


 


Mentre nel nostro paese i telegiornali al soldo della maggioranza e la gran parte dei giornali si sono concentrati sulla drammatica vicenda degli ostaggi e sulla vergognosa diatriba circa lo spirito eroico o meno di Quattrocchi, le truppe americane hanno assediato senza tregua Falluja.
Renato Caprile, ottimo inviato de La Repubblica, ha descritto con grande maestria la tragedia di Falluja. Hamid, irakeno quarantenne, una moglie e tre figli, ha visto mucchi di cadaveri per strada. Anche di donne e bambini lasciati lì dove erano caduti, perché i cecchini non davano tregua. Ha visto gente seppellire nel giardino di casa i propri morti, perché le bombe americane non hanno risparmiato nemmeno il cimitero. Ha visto centri di raccolta degli aiuti alimentari saltati in aria. Ha visto uomini morire sull’uscio di casa. Ha visto lo stadio trasformarsi in un’enorme fossa comune. Ha visto dal di dentro cosa vuol dire un assedio. Ha vissuto la fame, la paura, la disperazione di chi è rimasto in trappola. L’attacco americano è stato una rappresaglia violentissima e disumana per vendicare i quattro americani barbaramente uccisi e oltraggiati. A Falluja non c’erano bombe intelligenti, ma soltanto bombe, fatte cadere a grappoli sui quartieri più popolosi della città.
La scena, però, che Hamid non dimenticherà mai è quella cui ha avuto la sfortuna di assistere il terzo giorno dell’attacco. “Era in una delle stradine del quartiere al Jolan. Una donna incinta, all’ultimo mese di gravidanza che non è mai riuscita a raggiungere l’ospedale e gli è praticamente spirata tra le braccia. Cosa c’entrava quella poveretta con il terrorismo, la resistenza non lo capirò mai”. Hamid ricorda, inoltre, l’accanimento degli americani contro una grande casa del centro, rasa al suolo; al suo interno c’erano 32 persone, in gran parte donne e bambini.
Queste sono solo alcune delle agghiaccianti scene cui ha assistito Hamin durante il criminale e vile assedio della città di Falluja. Ma tanto la vita di centinaia di irakeni per i nostri schifosi governanti e gli sciocchi e servili giornalisti (vedi i vari Socci, Pansa, Belpietro, Feltri, ecc.) non ha alcun valore.

 




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20 aprile 2004

Giovanardi loda Giovanardi

Il ministro Carlo Giovanardi, forse il ministro più sciocco e irritante della storia repubblicana, nel corso di un'intervista rilasciata a Report, ha lodato l’operato del direttore del Centro di Permanenza Temporanea di Modena. A suo dire il centro è gestito ottimamente, meglio di un ospedale. La gestione è stata affidata alla Legacoop e alla Misericordia modenese. Indovinate chi è l’osannato direttore? Ovviamente Daniele Giovanardi, fratello del ministro e capo della Misericordia. Bisogna ricordare al ministro che i protocolli interni, per ammissione anche del sindacato di polizia Siulp, sono quelli carcerari. Le persone trattenute sono private della libertà e certo non vivono la permanenza come se fossero ospitati in una clinica.




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19 aprile 2004



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




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19 aprile 2004



da Il Manifesto del 17 apr. 2004

Franco (Theodor) Frattini
GUGLIELMO RAGOZZINO
«Un altro «eroe calmo e solido di queste lunghissime giornate è Franco Frattini, il giovane ministro degli Esteri che ha affrontato la situazione anche in uno studio televisivo....» Paolo Guzzanti, editoriale del Giornale. «"Che Fabrizio era morto lo abbiamo saputo dalla televisione" accusa la sorella Graziella». E' «il vicedirettore di Libero, Renato Farina, che rivelava il nome dell'italiano assassinato dopo l'ultimo stacco pubblicitario» (Giovanna Cavalli, Corriere della sera ). Sul Corriere c'è anche un editoriale: «Un piccolo uomo(...) Capace di morire invocando l'Italia come accadeva un tempo (e chissà poi se è accaduto davvero tutte le volte che è stato riferito)». La parentesi non è del manifesto disfattista, ma dell'autorevole quotidiano. La Stampa è in caccia di misteri. «Chi scrive (Giuseppe Zaccaria) è costretto a seguire le tv arabe minuto per minuto e può assicurare che la frase di Berlusconi non è mai stata citata letteralmente come invece ieri le "Brigate" hanno fatto. Dunque i macellai del "triangolo sunnita" sono probabilmente in contatto con qualcuno che in Europa, in Italia, comunica loro informazioni, illustra reazioni e forse può impartire istruzioni».

Il tema di Berlusconi alla Tv è trattato anche dal Messaggero che però racconta di un dibattito televisivo tra politologi arabi dalla sede di Baghdad di Al-Jazeera. «Nel corso del confronto, fra l'altro, Abdel Sattar Jawad, (...) ha criticato i toni usati dal premier, giudicati troppo aggressivi rispetto a quelli del giapponese Koizumi». Di «Rozzi proclami», ma non riferiti al premier italiano scrive anche Stefano Silvestri sulla prima del Sole 24 Ore . «I terroristi uccidono a sangue freddo, e davanti a una telecamera, un ostaggio italiano e allo stesso tempo una voce attribuita a Osam bin Laden, ..., offre all'Europa una "tregua", a condizione che cambi radicalmente politica e alleati. In ambedue i casi ci troviamo di fronte a un feroce sfoggio di violenza e a un uso mediatico della tecnica degli ultimatum: più rozzo e diretto il primo, solo poco più raffinato e indiretto il secondo». Meglio la parola soffice o il bastone?

Ma Guzzanti scioglie il dilemma: «L'Italia oggi è attrezzata per rispondere a queste esigenze e vincere, senza grida retoriche e, come stile, alla maniera di Franco Frattini che senza volerlo - e anzi non ce ne voglia - ci ricorda Roosevelt, Theodor, il conquistatore di Cuba, non Franklyn Delano che morì invaghito di Stalin, quando diceva "Parla piano ma tieni sempre accanto a te un nodoso bastone"».




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